http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-05-04/11.spm 
 

 
L’italiano scritto sta degradando

Caro Beppe,
io non concordo con la tesi, qui ripetuta da Carlotta Rainoldi il 27 aprile, secondo la quale le lingue «non impoveriscono né peggiorano, bensì semplicemente cambiano». A me sembra che l’italiano scritto, per esempio, stia degradando. Si stanno perdendo numerosi costrutti che, se utilizzati, renderebbero la lingua più espressiva, come per esempio molte relative, tanti congiuntivi, il «sia [...] sia», il gli/le, eccetera. E non mi pare che essi vengano sostituiti da altri. Nella sua prefazione a Lolita, Vladimir Nabokov, che era in grado di utilizzare due lingue diverse per scrivere romanzi, sostiene che il russo è più ricco di sfumature e colori che non l’inglese, e dunque più duttile per la scrittura. Una lingua potente riesce a ottimizzare il numero dei costrutti sintattici e grammaticali, evitando che questi la ingolfino se sono troppi, ma anche evitando che essi diminuiscano troppo, impoverendola. È stato Claude Shannon, con la sua Teoria dell’informazione (1948), a mostrare scientificamente che la ricchezza dei costrutti e delle sfumature di un linguaggio accresce la quantità di informazione che lo scrivente A può veicolare, utilizzando lo stesso numero di parole di uno scrivente B che invece non le utilizzi. Questa teoria ha avuto anche un’influenza sulla linguistica, sicché sarebbe bello se qualche linguista intervenisse per chiarire le idee ai profani come me, magari confutando l’impressione che l’italiano (insieme ad alcune altre lingue occidentali) stia in questo periodo scadendo e non, semplicemente, mutando.


Paolo Magrass,
 
 
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